Mio figlio: questo sconosciuto

16 Marzo 2010. Il giorno in cui riportai mio figlio in ostetricia perchè...non avevo le istruzioni per l'uso. Nè per lui, nè per me stessa.

Il 12 marzo nasce Mattia e partorirlo è stato più naturale ed istintivo di quello che mi aspettavo. Le due ore post parto io, lui, il suo papà da soli. L'ostetrica mi aveva "insegnato ad attaccarlo al seno". Lui ciuccia. Io mi faccio il mio viaggio nel meraviglioso mondo degli ormoni: mi sento felice e onnipotente.

Poi c'è il rientro in camera. Cioè...nella camerata visto che eravamo sei donne e sei neonati. Appena me lo portano via per dei controlli e ho la possibilità di concentrarmi su me stessa mi rendo conto che non sto bene. Provo ad alzarmi. Svengo. Ma se un'ora fa ero onnipotente? Sono un pò confusa.

Bene ora questo bimbo è mio...e me lo gestico io. C'è il rooming in. Io sono femmina. Lo ho partorito. Ho tutte le conoscenze in me da qualche parte.

Già da qualche parte. Ma sono confusa dal dolore. Fatico a scendere nelle profondità del sapere femminile. Dannata episiotomia. I punti, dati velocemente ancora prima del secondamento per la rottura di una varice, mi fanno male. Sotto ai punti c'è un ematoma.

Non posso stare seduta. 

In qualche modo farò.

Finchè c'è mio marito mi aiuta a mettermi in posizione semisdraiata. Mi aiuta porgendomi il bambino dalla culletta. Lo allatto.

Quando se ne va mio marito devo fare da sola e mi vien già un pò da piangere.

Ogni volta che piange ci impiego almeno cinque minuti per sollevarmi e mettermi in posizione. Quei cinque minuti di pianto sono eterni. Ho paura di disturbare le altre mamme. Ho paura di far svegliare gli altri neonati. Ho paura del dolore che sento. Mi viene sempre più da piangere.

Nel tentare di allattarlo i movimenti sono impacciati e faticosi. Vorrei che non lo fossero. Vorrei che fosse tutto naturale e spontaneo. Non lo è.  

Quando vinco tutte le mie resistenze e ricacciando indietro l'orgoglio suono il campanello per chiedere aiuto tutto degenera.

All'arrivo dell'operatore non capisco nemmeno con chi ho a che fare: infermiera, ostetrica, puericultrice? Non so.

Non so nemmeno formulare bene la richiesta di aiuto.

Mi fa male quando lo attacco al seno, mi fa male stare seduta, non so come altro allattarlo, non so quanto tenerlo attaccato, lui si attacca e si stacca e piange. Io non so niente.

La risposta è un pugnale al cuore.

"Su su mamma, ci siamo passate tutte. Fa male sì, resista. Lo allatti a richiesta e a oltranza: è il suo bambino".

Ecco non lo sapevo! Fa male a tutte. Richiesta. Oltranza. E' mio.

Eccola...la sindrome della prima della classe si impossessa di me. Ce la farò!

Per i successivi cinque minuti mi sono sentita prontissima.

Ma lui si attacca e si stacca. Io ho dolore ovunque. 

Appena arriva mio marito mi metto a piangere di nascosto sotto la sua ascella per non farmi vedere dagli altri...perchè la prima della classe non piange davanti a tutti.

Anche mio figlio piange. Sempre. Vorrei allattarlo in altri modi perchè seduta soffro. Ma come? Vorrei tenerlo nel letto con me, ma il letto è dannatamente alto e stretto. Mi domando a che diamine serva il rooming in se non a tenere bambini in culletta vicino al letto. 

I giorni in ospedale sono così. Tutti. Un incubo di dolore e confusione. Non vedo l'ora di tornare a casa. L'ultimo giorno ci fanno un corso solo per mamme sull'allattamento. Richiesta. Oltranza. Va bene.

La persona che fa il corso mi piace. Mi fido. Faccio una domanda.

"Ma io non capisco di cosa ha bisogno quando piange, perchè se lo attacco continua a piangere? Cosa vuole?". 

Mentre la pronuncio mi sento gli occhi di tutte addosso e in quel momento ne sono certa: sono l'unica che non capisce il suo bambino. La risposta nemmeno la sento: avevo esaurito le risorse cognitive.

Si va a casa.

Per uscire devo rimettere i vestiti premaman. 

Le scarpe non mi entrano. Perchè? Ci sono arrivata in ospedale con quelle. 

Ogni volta che faccio un passo il dolore dei punti, dell'ematoma e dell'emorroidi mi devastano. Mi sorreggo a mio marito.

Ho già le ragadi, ma mi hanno detto che sono comprese nel pacchetto.

Le altre mamme camminano spedite, sanno infilare i neonati nell'ovetto, sorridono, e per uscire qualcuna si è anche un po' truccata.

A casa. Finalmente.

Qui posso piangere quanto voglio.

Inizia la nostra vita con il piccolo Mattia.

Lui piange. Lo attacco. Vedo le stelle all'attacco. Lui si stacca. Piange. Provo a riattaccarlo. Rivedo le stelle. Le ragadi sanguinano. Lui si ristacca. Piange. Lo cambio. Lo cullo. Lo consolo. Se sto seduta soffro. Sdraiata non sono capace di allattarlo.

Mi fa male ovunque. Sono stanca. Ho sonno. 

Mi si gonfiano i piedi, le caviglie e le gambe in maniera improponibile. 

Non posso praticamente più camminare e lui piange piange piange piange piange e se lo attacco al seno piange di più. Ma che diamine vuoi?

Ogni volta che vado in bagno è un cinema. Un film horror.

Mio marito è lì. Sempre. Non sa che fare. Ma è lì. Il bambino sulla sua pancia dorme almeno mezz'ora di notte. In quella mezz'ora dormo. Il resto del tempo cerco di farlo smettere di piangere. Fallisco. Piango.

Il giorno dopo è anche peggio. Richiesta e oltranza? Ci riprovo, tra pianti ed urla, attacca e stacca cerco di tenerlo al seno per quattro ore di fila. Quattro ore di attacca, stacca, piangi, stelle di dolore ad ogni attacco e capezzoli sanguinanti. Mio marito mi chiede se sono certa che si faccia così. Io gli urlo in faccia con odio che lui non capisce niente niente niente! Richiesta e oltranza hanno detto!!!

Dopo quattro ore quando provo a rialzarmi il dolore ai punti e all'ematoma è lancinante.

Al pomeriggio mio figlio, evidentemente provato da questa tortura, rinuncia. Si rifiuta di attaccarsi. Si agita. 

Io sto male. Non cammino. Non sto seduta. Non posso stare sdraiata sentendolo piangere. 

Dalle ore 14.00 alle ore 22.00 io soffro e lui non mangia. 

Il mio dolore viene ora superato solo da una sensazione: la paura.

Se non mangia morirà. 

Ma io non sono capace. 

IO.NON.SO.COSA.FARE.

Dove sono? Dove sono le istruzioni per l'uso? Che si fa in questi casi?

Chi si può prendere cura di lui? Non io di certo: non sono capace e avrei bisogno di qualcuno che si prendesse cura di me.

Piango. Piange. Piango di più. Piange di più.

Mio marito lo veste. Mi veste. Ma le scarpe non entrano. Metto le ciabatte. 

Ci prende e ci porta in ospedale.

"Amore cosa stiamo facendo? Lo riportiamo indietro?" 

"No. Chiediamo aiuto"

Le ostetriche visitano me. Mi spiegano un pò di cose che non sapevo su come prendermi cura di me. Mi spiegano ciò che è normale e ciò che mi deve far preoccupare. Mi aiutano. Le amo. Ma sbaglio: perchè invece che amarle avrei dovuto chiedere: "Per quale cavolo di un motivo io queste cose non le sapevo?".

Poi busso al nido. Mio figlio non mangia da 8 ore. Il capezzolo è troppo piccolo. No il capezzolo è troppo chiaro. Il latte c'è. Ma poco. Che brutte ragadi. Paracapezzoli. Deve farlo mangiare. Deve farlo mangiare. Si attacca bene. Deve fare la doppia pesata. Su, su mamma. Mi accarezzano la testa. Indovinate che faccio? Piango.

Non ci sono istruzioni. 

Non me le hanno date.

Ha solo 4 giorni di vita e io già lo ho riportato indietro perchè non so che fare. Che vergogna.

Torniamo a casa. 

Ci arrangiamo. Ma non va bene. 

La storia da quel 16 marzo in poi è ancora lunga. Non potrei riassumerla.

Le cose andarono sempre peggiorando. Piangeva sempre. 

Ma perchè tutto è partito in modo così difficile? Per mille motivi. Motivi BioPsicoSociali. Uno di questi motivi si chiamava esofagite da reflusso...giusto per dirne uno eh. Poi c'era l'ansia. Poi l'assenza di un punto di riferimento.

Sì perchè ciò di cui ho più sentito la mancanza è stato un punto di riferimento. Una persona che  non mi dicesse "E' il tuo bambino lo conosci tu!".

Perchè a volte il passaggio dalla conoscenza del bambino prenatale a quello che hai in braccio non avviene in un paio d'ore.

Perchè forse in quel momento la quantità di stimolazioni da elaborare tutte insieme dal tuo corpo e dal suo corpo contemporaneamente possono congestionarsi al punto che...."Ma chi lo capisce a questo?".

Perchè Perchè Perchè Perchè....per un milione di motivi, diversi per ogni mamma.

 

 

Ma se tu continui a ripetermi che io dovrei conoscere il mio bambino quando è evidente che è proprio questa la difficoltà che sto cercando di affrontare, ovvero quella di imparare a conoscerlo, allora tu mi stai dando solo un rimando sulla mia inadeguatezza. E se continui io finirò col crederci. E se ci credo forse rinuncerò a conoscerlo. Forse allora mi convicerò che esistano delle istruzioni che possono essere fornite dall'esterno per indicarti cosa fare col tuo bambino. 

 

Avrei voluto qualcuno che mi dicesse: "Non lo so nemmeno io cosa vuole e perchè fa così, vieni qui che lo guardiamo insieme e ci facciamo venire delle idee cercando di capirlo!".

Questo ovviamente richiede TEMPO e ASCOLTO!

Io ora a distanza di quattro anni lo so. So che non doveva per forza andare così. Ora so che per quei punti e per quell'ematoma avrei potuto avere informazioni per curarmi meglio. So che le ragadi non sono per forza comprese nel pacchetto. So che non deve per forza fare male. So che non dovevo per forza capire tutto subito del mio bambino. So che allattamento a richiesta e oltranza sono parole che devono essere spiegate. So che ci sono delle figure professionali che avrebbero potuto rendere tutto più agevole. So che se un bambino continua ad attaccarsi e staccarsi forse bisogna capirne il perchè. So molte più cose e le so proprio perchè ho vissuto questa esperienza. Tutto serve. Va bene. Mettiamola così.

Ora mio figlio ha quattro anni. Ne ha passate molte. Ora ci capiamo con uno sguardo (quasi sempre).

La sua mamma di lavoro ora fa la psicologa perinatale. Chissà perchè?!

 

Valentina Liuzzi

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Commenti: 2
  • #1

    Roberta (giovedì, 15 gennaio 2015 08:02)

    Molto bello e veritiero. Pensate anche a chi vive tutto ciò subendo un TC non necessario.

  • #2

    Momix (mercoledì, 11 marzo 2015 22:06)

    Tutto quello che ho letto è tutto ciò che ho passato.....forse qualcosa di più .....e ancora faccio fatica a rimettermi in piedi psicologicamente